“Ulisse”. Zodiac, il Mostro e Bekim Fehmiu

C’è un dettaglio nella soluzione “Joe Bevilacqua” del nome cifrato di Zodiac che sembra collegarsi direttamente al caso Mostro.
Una parola che potrebbe gettare un po’ di luce su un’imbeccatta alla polizia da parte di Mario Vanni, ex postino di San Casciano in Val di Pesa e presunto complice del Mostro di Firenze.

Nel 2000, Vanni fu condannato con sentenza definitiva all’ergastolo.
Per la giustizia italiana, lui, Giancarlo Lotti e Pietro Pacciani (non condannato in via definitiva) avrebbero commesso alcuni degli omicidi del Mostro.

Vanni si professò sempre innocente. Nel 2003, mentre scontava la pena in carcere a Pisa, affermò in un colloquio con l’amico Lorenzo Nesi che il vero Mostro fosse un americano, un nero e che Pacciani lo avrebbe incontrato in un bosco.
L’ex postino non sapeva chi fosse l’americano, ma aveva un’ulteriore informazione su di lui.

"Ulisse si chiamava." 

Un nome o un nomignolo?

Ulisse è l’eroe omerico per eccellenza, protagonista di “Odissea”.

Re della piccola isola greca di Itaca, guerriero scaltro e dal “multiforme ingegno”, Ulisse è l’ideatore del celebre cavallo di legno che consentì agli Achei di sconfiggere la città di Troia dopo una guerra di 10 anni.

Le vicissitudini di Ulisse ebbero un picco di popolarità in Italia negli anni ’60 – ’70 grazie a un adattamento televisivo RAI dell’Odissea.

La miniserie diretta da Franco Rossi fu trasposta anche per il cinema e numerose sono state le repliche televisive sulla RAI dal ’68 ai giorni nostri.

A vestire i panni di Ulisse era l’attore serbo-albanese Bekim Fehmiu.

Ed è proprio il nome dell’attore, Bekim, che spunta “misteriosamente” quando si mette a confronto “Joe Bevilacqua” con il nome cifrato di Zodiac spedito a San Francisco nell’aprile 1970.

Nel 2018, per verificare se fosse una coincidenza, ho effettuato una ricerca su newspapers.com, sito che raccoglie milioni di edizioni di giornali statunitensi.

Ho impostato il filtro della ricerca della parola “BEKIM” sull’anno 1970.

Il risultato è stato inequivocabile.

“BEKIM” è associato quasi esclusivamente all’attore che interpretò Ulisse. Bekim Fehmiu.

C’è un motivo.

Nella primavera 1970, Fehmiu vestiva i panni di Dax Xenos, latin lover protagonista del film hollywoodiano “The adventurers”. In italiano, “L’ultimo avventuriero”.

Un film costoso, per l’epoca, che vedeva la partecipazione di attori come Charles Aznavour e Candice Bergem.

Il 20 aprile 1970, giorno in cui all’ufficio postale di San Francisco veniva affrancata la lettera di Zodiac con il suo nome cifrato, “The adventurers” era in proiezione in sei cinema / drive in nella città e nella Bay Area (prossima galleria).

Lo era già da settimane.

Una delle sale cinematografiche, il Cinema Hillsdale, si trovava nell’omonimo centro commerciale di San Mateo.

Lì c’era anche il ristorante “Italiano” di proprietà della San Remo Italian Food Company, azienda all’epoca indagata dall’Army CID nell’inchiesta sulla “Khaki Mafia” alla quale Bevilacqua mi ha confidato di avere partecipato nei nostri colloqui del 2017.

Nel luglio 1974, pochi mesi prima che la serie di omicidi attribuiti al Mostro avesse inizio con il delitto di Borgo San Lorenzo, la RAI trasmetteva una replica della serie televisiva del 1968 “Odissea” in cui Fehmiu recitava nel ruolo di Ulisse.

Il luglio 1974 è anche il mese in cui Joe Bevilacqua si trasferì al Cimitero Americano di Firenze, nei pressi di Falciani (post biografico).

“JB”, come viene Bevilacqua viene chiamato sui forum a tema Mostro (fra cui “Sneak JB Fellowship” gestito da JimMorrison84) abitava a 400 metri da quella che sarebbe stata l’ultima scena di un crimine addebitato al serial killer fiorentino.

Nel ’94, testimoniò al processo Pacciani dicendo di aver riconosciuto l’imputato in un individuo sospetto avvistato nei giorni precedenti al duplice omicidio dell’ ’85.

Bevilacqua avrebbe notato Pacciani camminare al margine del bosco degli Scopeti, non lontano dal cimitero dove l’americano abitava e lavorava all’epoca.

Potrebbe celarsi Bevilacqua dietro Ulisse?
Ripartiamo dall’inizio.
Dalle parole di Vanni.

Il colloquio intercettato
Nel giugno 2003, l’ex postino di San Casciano in Val di Pesa condannato come complice del Mostro di Firenze, intercettato dalla polizia, confessa al conoscente Lorenzo Nesi di avere alcune informazioni sul vero serial killer. Pacciani?

"No, non è stato lui."

A detta di Vanni, l’assassino seriale è un americano, un uomo “nero” che si fa chiamare “Ulisse”. Nesi e gli inquirenti non ne hanno mai sentito parlare, sino ad allora.

E chi sarebbe questo “nero”?, chiede Nesi.
Vanni non lo sa. “Veniva dall’America”, assicura all’interlocutore scettico.

È un mistero come al postino sia arrivata questa informazione sconosciuta. Di pettegolezzi, chiacchiere, polizia e carabinieri avevano fatto incetta per anni; possibile che il nome di Ulisse non fosse trapelato prima di allora? Poteva trattarsi di qualche segreto custodito da Vanni che, invecchiando, faticava a mantenere tale.

Vanni sostiene che Ulisse avrebbe detto a qualcuno (Pacciani, si desume) di essere il responsabile di tutti gli omicidi del Mostro. Non si conosce il periodo né precisamente dove l’americano e la fonte di Vanni si siano incontrati. Si sa che si sono imbattuti l’un l’altro in un bosco.

Il colloquio intercettato prosegue con il postino che sembra fare confusione fra ciò che ha sentito dalla fonte primaria e altre: l’americano si sarebbe suicidato, avrebbe lasciato le pistole al “procuratore che conta” (Piero Luigi Vigna?) e si sarebbe attribuito i delitti in una lettera. Vanni avrebbe appresto queste cose in televisione.

Parker

Al di là di come verranno estrapolate dal contesto queste affermazioni, la presunta identificazione di “Ulisse” sarà un fallimento. Forse sarebbe stato utile registrarla, invece che limitarsi a produrre un verbale scritto.

Stando ai resoconti investigativi, il 10 luglio 2003, la polizia sottopone la foto di un cittadino americano sfiorato dall’inchiesta Mostro nel 1983 alla prostituta Gabriella Ghiribelli, la testimone “Gamma” del processo a carico di Vanni e del suo compagno di bevute Giancarlo Lotti.

“Per caso, quest’uomo si faceva chiamare Ulisse?”, le chiedono.
Come no, “Giancarlo lo chiamava Uli”, ma “non era di colore”, risponde la testimone, riferendosi alla parola “nero”.

Il sospettato si chiama Mario Robert Parker. Non può difendersi da questa “identificazione” perché è morto di Aids nel 1996.

Negli anni ’80, Parker aveva abitato nella depandance di Villa La Sfacciata, a Firenze. Era scapolo, gay, faceva lo stilista e nessuno dei parenti lo aveva mai sentito chiamare “Ulisse”. Non si capisce, quindi, perché dovrebbe essere la persona indicata da Vanni, a parte il fatto che fosse un americano già vagliato dalla polizia all’epoca del delitto di Via di Giogoli, strada sulla quale sorgeva la casa d’epoca dove alloggiava. Per questo motivo, nient’altro, d’altronde, è stata sottoposta una sua foto a “Gamma”, che sembra lo abbia “riconosciuto” al primo tentativo.

Chi è davvero Ulisse

L’identità di Ulisse non è mai stata acclarata. Vanni ne aveva sentito soltanto parlare, non lo conosceva e non ha confermato le dichiarazioni di Ghiribelli.

Se oggi si intendesse capire chi sia Ulisse seguendo un metodo rigoroso di ricerca, e non “riconoscimenti” poco solidi, bisognerebbe basarsi sulle parole che il postino ha ricevuto dalla sua fonte primaria, Pacciani, escludendo le sue interpolazioni accertate, ossia tutto ciò che avrebbe appreso da altre fonti, come la televisione, da cui diceva di aver appreso che Ulisse fosse morto suicida.

I fatti riportati a Vanni da Pacciani sono certamente quattro: il Mostro si chiama Ulisse, è americano, è un “nero”, lo ha incontrato in un bosco. Fine.

Almeno il 50 per cento di queste informazioni si riscontrano non nelle parole di un testimone influenzabile, ma in un ritaglio di giornale di 9 anni prima.

Joe Bevilacqua e Pietro Pacciani si incontrarono al margine di un bosco nel 1985, a detta di Bevilacqua

Anche qui c’è un americano che si imbatte in Pacciani vicino a un bosco. Non è lo stilista Parker, però, ma l’ex “poliziotto criminale” Joe Bevilacqua.

Bevilacqua non è di colore, ma rispetto all’inerme stilista Parker vanta un’esperienza militare di vent’anni nell’esercito americano, di cui 10, ufficiali e non, nella Criminal Investigation Division, il reparto che si occupa delle indagini penali sugli appartenti dell’esercito statunitense. Ha anche combattuto in Vietnam, dove gli è stata conferita una silver medal. Sicuramente sa usare le armi da fuoco, anche se al processo Pacciani, dove depone contro l’imputato, il 6 giugno 1994, dice che lui non usava pistole: “Solo i mani”.

Inspiegabile è l’atteggiamento di un presunto onesto testimone, Bevilacqua, che omette di conoscere l’imputato, al processo, rivelando al sottoscritto, vent’anni dopo la deposizione, che non solo aveva incontrato più volte il presunto Mostro nel bosco degli Scopeti, ma che Pacciani aveva persino tentato di farsi assumere al cimitero americano da lui amministrato prima di entrare nuovamente in carcere negli anni ’80.

D’altra parte, è comprensibile che l’imputato Pacciani non smentisca Bevilacqua, dicendolo di conoscerlo. Non può sbugiardarlo senza confermare una frequentazione assidua dell’area vicino al cimitero americano dove il testimone dice di averlo visto.

Ricostruzione dei fatti
Segue una ricostruzione ipotetica di come potrebbe essere andata.

Dopo l’udienza del 6 giugno 1994, tornato nella sua cella in carcere, Pacciani passa in rassegna le testimonianze che lo inguaiano. Quella di Bevilacqua è una delle peggiori.
I suoi avvocati, Rosario Bevacqua e Pietro Fioravanti, nelle loro arringe diranno che l’americano non la racconta giusta.

Il giorno dell’udienza, dopo il confronto fra Bevilacqua e Pacciani, una telecamera ha catturato un’insinuzione sull’americano rivolta dall’avvocato Bevacqua al presidente della corte Enrico Ognibene:

"Se fosse lui il Mostro?"

Un ricordo affiora dal passato.

L’incontro con un uomo incappucciato nel bosco di Scopeti, vicino al cimitero americano.
Erano i primi anni ’80. Il Vampa stava camminando per un sentiero quando all’improvviso si trovò di fronte costui. Era basso e grosso.
L’uomo intimò con un accento straniero di andarsene, minacciandolo. Pacciani, che lo aveva scambiato per un ladro, gli chiese chi fosse.
Lui replicò: “Il Mostro.” E aggiunse: “Il mio nome è Ulisse.”

Pacciani ha sempre pensato che Ulisse fosse solo un balordo.
Lui immagina il Mostro alto, con i piedi lunghi. Elegante. L’esatto contrario di quel tipo tarchiato e goffo che incontrò nel bosco.
Ma, ora, confrontando Ulisse con Bevilacqua nasce un dubbio… e se fossero la stessa persona?
Se Ulisse non fosse un balordo, ma il direttore del cimitero americano?

Questo cambia tutto. Perché mai Bevilacqua, che comanda nel cimitero americano, con personale al suo servizio, se ne va in giro travestito in quel modo?

Che sia davvero il Mostro?

Quando e come la storia di Ulisse venga condivisa con Vanni è difficile a dirsi.
Forse tramite un confidente prima di essere scarcerato nel ’96. O forse dopo, per lo stesso tramite, nell’intento da parte di Pacciani di rassicurare Vanni mentre questi è in carcere con l’accusa di complicità nella commissione degli omicidi.

Non è possibile dire se Pacciani ha intenzione di informare la polizia. Forse pensa che sia meglio ricattare l’americano chiedendogli di scagionarlo con qualche prova inviata alle forze dell’ordine. In ogni caso, il contadino muore prima del rifacimento dell’appello disposto dalla Cassazione, e di Ulisse non se ne sente parlare fino al 2003.

Può essere che dopo la morte di Pacciani l’anziano Vanni, a tratti lucido a tratti meno, non essendo stato messo a parte della vera identità di Ulisse, si faccia una sua “idea” sull’assassino americano, “completando” il racconto del Vampa con storie che ha visto in televisione (come lui stesso afferma nella conversazione).

Possibili significati della parola “nero”
Bevilacqua è bianco, non di colore, qualcuno obietta. Ma è anche vero che Vanni racconta una storia che gli è stata a sua volta raccontata. Potrebbe esserci un fraintendimento sul termine “nero”. Due ipotesi possono dirci quale potrebbe essere stato il suo significato originale.

Prima ipotesi. Al momento del suo incontro con Pacciani, Ulisse potrebbe avere avuto la faccia dipinta con trucco militare di colore scuro. Sarebbe stato senz’altro utile, per non essere visto, o comunque riconosciuto, mentre si muoveva nella penombra dei boschi a caccia del sue future vittime. Vanni avrebbe quindi interpretato male il significato di “nero” (ipotesi del commissario Andrea Giannini, Procura di Firenze, 2018).

Seconda ipotesi. In Italia, la croce celtica con cui Zodiac si firma è quasi esclusivamente associata al neofascismo. Un uomo con un cappuccio nero e una croce celtica come il serial killer al Lago Berryessa il 27 settembre 1969 (identikit in basso) verrebbe quasi certamente scambiato per un neofascista, ossia “un nero”. È infatti abbastanza comune sentire chiamare i neofascisti “neri“. Loro stessi si autodefiniscono così e si indentificano con questo colore nella loro propaganda (manifesto in basso).
A causa della croce celtica ricamata sul suo travestimento, Pacciani ha scambiato Ulisse per un nero, cioè un neofascista. Quando racconta la storia dell’incontro a Vanni, il postino pensa, sbagliando, che il suo interlocutore si riferisca con “nero” al colore della pelle.

Potrebbe essere andata così?