Come il Mostro ha depistato le indagini sul 1968 #2. Test balistico e ricostruzione dei fatti

Segnalazioni anonime, omicidi che continuano, prove di origine incerta, una comparazione che ne dimostra le contraddizioni e per finire il calcolo delle probabilità che non lascia scampo… non bastano a convincere i seguaci più ostinati della “pista sarda” che bossoli e proiettili allegati al fascicolo Mele non sono quelli del delitto di Signa.

[Per la prima parte, cliccare qui]

Nonostante le dimostrazioni fornite nel precedente articolo, faticano ad accettere che qualcuno possa aver sostituito con delle repliche le prove del delitto del 1968 trovate 14 anni dopo i fatti in un faldone conservato nella cancelleria del Tribunale di Firenze, in quella che è stata definita dal giudice Mario Rotella “una fortuita e inspiegabile combinazione”.

Beretta 92FS calibro .22. Una delle due pistole utilizzate nel test sulla falsificazione delle prove del 1968

Ci sono due certezze:

  • la catena di custodia delle prove del 1968, l’unico sistema di tracciamento legale, è venuta meno;
  • il confronto fra perizia del 1968 e prove allegati al fascicolo Mele evidenzia gravi incongruenze.

Come si è visto, il consulto con i periti balistici dell’articolo precedente e l‘indagine statistica per capire il motivo delle discrepanze fra la perizia del 1968 e le prove allegate ha indicato in modo chiaro l’elevata probabilità di una sostituzione dei reperti.
Non è una certezza, ma quasi.
Questa conclusione obbliga a fare i conti con l’identità di un serial killer diverso da quello che molti si sono immaginati. I reperti trovati nel fascicolo provengono infatti dalla sua pistola. Ciò significa che è stato lui o un suo complice a metterli nel fascicolo, un fatto difficile da spiegare per tutti coloro che sospettano qualcuno che non ne sarebbe stato in grado o che non era affiancato da complici.
A questo si aggiunge una perplessità. Che senso aveva per il Mostro collegare un omicidio che evidentemente non aveva commesso alla pistola che avrebbe usato nei suoi delitti?
Oltre a rispondere a questa domanda, documenterò con le fotografie dei test da me condotti come il serial killer potrebbe aver falsificato le prove, fornendo, attraverso un racconto, la mia personale ricostruzione dei fatti.

Nessuno degli esperti balistici intervistati ha fatto tutti gli errori che il perito del 1968 avrebbe dovuto fare per spiegare le incongruenze delle prove nel fascicolo Mele. L’unica alternativa è il depistaggio

Accedere a un fascicolo penale
Un Mostro nelle istituzioni? Un assassino poliziotto? Un serial killer magistrato? Un cancelliere maniaco? Non era necessario essere una di queste figure per poter accedere al fascicolo del procedimento penale a carico di Stefano Mele, soprattutto dal 14 aprile 1973, quando il processo per dublice omicidio si è concluso con sentenza di condanna passata in giudicato.
Oggi come negli anni ’70, potevano accedere a un fascicolo penale gli imputati di quel caso, i loro difensori e chiunque ottenesse un’autorizzazione dal magistrato competente (giudice o PM). Il depistatore doveva semplicemente rientrare in una di queste categorie.
Non erano necessarie le doti di un prestigiatore o di un illusionista per sostituire le prove.
Qualcuno crede che le cancellerie dei tribunali siano inaccessibili uffici della pubblica amministrazione dove personale motivato da alti stipendi si dedica 24 ore su 24 alla sorveglianza dei fascicoli penali.
La realtà però è un’altra. Questa.

Fascicolo penale portato in un bagno adiacente a una cancelleria. C’è un motivo se le prove fisiche non vanno allegati agli atti

Nell’immagine sopra, un fascicolo penale come quello dove erano allegate i bossoli e i proiettili del 1968. Pensate davvero che, se qualcuno avesse collocato bossoli e proiettili in questo fascicolo, la fonte giornalistica che l’ha scattata non avrebbe potuto farne ciò che voleva, perfino buttarli nel cesso e tirare lo sciacquone?

Ricostruzione dei fatti
Fatte queste doverose premesse, segue una ricostruzione di come il depistaggio si è svolto, con il supporto di verifiche e test svolti ai giorni nostri.

Autunno 1973. Mentre l’influenza della P2 di Licio Gelli si propaga nelle istituzioni italiane, un investigatore militare statunitense bilingue di Camp Darby chiede un aiuto per un’indagine ai suoi contatti nell’ambiente giudiziario. Vuole consultare un fascicolo di un processo per duplice omicidio di cui ha sentito parlare.
I suoi interlocutori gli rispondono che quel processo si è concluso, quindi non dovrebbero esserci molti problemi. Il fascicolo si trova nella cancelleria del Tribunale di Perugia. Gli procureranno l’autorizzazione di un magistrato per consultarlo.
Dopo qualche giorno lo invitano a presentarsi a Perugia.
Il detective americano si reca al Palazzo di Giustizia del capoluogo umbro, dove ha un appuntamento con un suo interlocutore. Bevono insieme un caffé, c’è tempo, poi vanno insieme in cancelleria, dove consegnano loro il faldone contenente la perizia balistica, il rapporto sugli omicidi e altro materiale.
L’interlocutore lascia il detective a uno dei tavoli della sala letttura, con il faldone.
“Ci vediamo fra un paio d’ore, ok?”

Immagine risalente agli anni ’60-’70. La didascalia recita: “La polizia militare dà il benvenuto ai nuovi arrivati al Deposito Generale di Livorno, parte dell’8° Comando Logistico, situato a Camp Darby” – Fonte: USA-SETAF

Il detective estrae dal faldone un fascicolo intestato alla “Legione territoriale carabinieri di Firenze”. Legge il titolo: “Rapporto giudiziario relativo alla denuncia in stato di arresto di Mele Stefano…”.
Dopo un’ora di lettura, decide di fermarsi.
Dove si trovava la notte del 21 agosto 1968, quando quella coppia era stata assassinata vicino a Firenze? Con il suo plotone, nei paraggi di Cu Chi a diventare sordo per le esplosioni dei mortai Vietcong e le bombe dei B52.
Mentre estrae un nuovo plico dal faldone, qualcosa cade sul pavimento della sala, con un rumore metallico.
“Che cos’è?”
Raccoglie il sacchetto. Sono bossoli e proiettili.
“Come gli è venuto in mente di lasciarli qui dentro?”. La risposta che il dective non conosce è che qualche volta, alla fine di un processo, le prove di piccole dimensioni vengono lasciate nel fascicolo processuale dell’imputato che, in questo caso, era stato condannato in via definitiva alcuni mesi prima.
Il detective rimette il sacchetto nel faldone con cautela e legge la perizia attentamente.
Smette di leggere dopo circa mezz’ora.
“L’arma del delitto non è stata trovata”, constata. “Potrei trovare una pistola simile a quella che ha sparato e scambiare le prove. Se uccidessi qualcuno con quella pistola, chi indaga penserebbe che i casi sono collegati…”
Si guarda attorno. I cancellieri non gli prestano la minima attenzione.

Una pistola affidabile
L’arma del 1968 è una calibro .22 con sei rigature destrorse. L’investigatore americano sa già che può scegliere tra svariate pistole con queste caratteristiche. Per ragioni di prudenza decide di ignorare le conclusioni del perito che la definiscono “vecchia e logora“. Non andrà mai a sparare con una pistola inaffidabile.
Sfoglia un catalogo delle armi. La scelta cade su una Beretta della serie 70. E’ abbastanza diffusa, affidabile e si vende anche negli Stati Uniti[1].
L’investigatore sa che un soldato di stanza a Camp Darby può importare dall’estero armi di piccolo calibro come una .22 nel bagaglio da stiva degli aerei commerciali oppure, tramite l’esercito, con le forniture di casa. E’ permesso detenere le calibro .22 negli alloggi. Registrarle presso il Provost Marshal locale entro tre giorni dall’arrivo nella base è l’unico adempimento prescritto[8].
“Il Provost Marshal è un autorità militare statunitense. Gli italiani non sapranno dell’esistenza di questa pistola.”

Questo pamphlet del 1974 spiega le regole per il trasporto di un’arma da fuoco in una istallazione militare americana in Italia

L’investigatore, prossimo al congedo, chiede di trascorrere una licenza di tre settimane con la sua famiglia negli Stati Uniti tra la fine di gennaio e metà febbraio del 1974. Riesce a ottenerla.
Lascia moglie e figlie piccole dai suoi genitori nel New Jersey per qualche giorno, mentre va a trovare quel suo ex collega del CID a Santa Rosa che a cena gli racconta di alcune autostoppiste uccise dalle sue parti.
“Qualcuno dice che sia Zodiac”, dice l’amico.
Il detective torna in albergo. La sera dopo guarda il film “L’Esorcista” e spedisce una lettera a vecchie conoscenze di San Francisco. Nella lettera ha disegnato un simbolo che ha visto in un ritaglio di giornale sugli omicidi delle autostoppiste. Glielo ha mostrato l’amico.
“Non c’ero nemmeno lì. Vediamo se me lo attribuite…”.

A sinistra il simbolo in calce all’ultima lettera di Zodiac è palesemente copiato dal grafema cinese a destra, apparso in un articolo su un omicidio avvenuto nel 1972 a Santa Rosa, California, dove abita l’ex collega dell’investigatore americano

Il detective torna nel New Jersey e, nel rispetto del Gun Control Act e delle regole dello stato, compra una Beretta Jaguar usata. Forse la porta con sè nel bagaglio in aereo o forse la spedisce tramite l’esercito. Una volta rientrato in Italia, potrebbe decidere di non registrarla.
Il detective andrà in congedo a giugno per diventare un tecnico dell’Ambasciata degli Stati Uniti in Italia. Chi verrà a contestargli la mancata denuncia?
Quale che sia la sua decisione, quella pistola non risulterà alle autorità italiane.
Tra l’altro non corre alcun rischio, perché il suo futuro alloggio è una pertinenza della missione americana in Italia, proprietà del demanio concessa in perpetuo al governo americano.
“Nessun italiano oserà mai perquisirla”.

La duplicazione delle prove
Quello che all’investigatore militare serve ora sono munizioni Winchester .22 superspeed che vendono in qualsiasi armeria[2].
All’epoca queste munizioni avevano la lettera “H” impressa sul fondello dei bossoli.
Affinché la sostituzione delle prove non venga scoperta, il detective deve riprodurre fedelmente, nel limite del possibile, i cinque proiettili descritti nel 1968.
Riepilogando: due con la punta schiacciata (A e B), uno con la punta quasi integra (C), un frammento (D) e uno con la punta schiacciata sul lato (E).
Se andasse al poligono a sparare contro un bersaglio fisso non otterrebbe che frammenti piatti come quelli nella foto sotto. Sono utili solo per la sostituzione di D.

Frammenti di proiettili Winchester ramati calibro .22

L’investigatore non ha bisogno di riflettere molto sul da farsi.
Decide di andare al Post Exchange della base e chiedere della gelatina alimentare. Deve essere abbastanza tenace. Se non ce l’hanno, può sempre acquistarla altrove.

1 kg di gelatina in polvere

Gli occorreranno anche qualche padella, del pentolame e una lamiera. Se non le ha a casa, può trovarle in campagna o in discarica.

Pentole di alluminio forate da proiettili calibro .22

Tornato all’alloggio con 1 kg di gelatina in polvere, procede con la ricetta.
In una pentola capiente versa tutta la gelatina in polvere e 9 litri d’acqua. Inizia a mescolare. Quando è sciolta, accende il fornello.
Continua a mescolare. Prima che raggiunga il bollore, spegne il fuoco e versa in una ciotola a forma di parallelepipido, con una lunghezza di circa 50 cm.
Dopo 10 ore in frigorifero, la gelatina sarà pronta.

Blocco di gelatina e vecchia pentola d’alluminio

Il giorno successivo, il detective prende la forma di gelatina, il pentolamen, la lamiera e si reca al poligono di tiro.
Sposta un tavolino davanti ai bersagli, ci appoggia sopra la gelatina. Poi, si allontana qualche metro, carica la pistola, mira e inizia a sparare alla gelatina.

Gelatina al poligono, prima dell’inizio del test

Il proiettile superspeed raggiunge una velocità vicina ai 400 metri al secondo, forando lamiere di metallo e padelle, ma basta un blocco di gelatina di 10 kg per fermarlo.
Alcuni proiettili riescono a trapassarlo, come si vede in questo video, ma sono senza più spinta e bastano un paio di pantaloni per bloccarli.

Proiettili e frammenti vengono “catturati” dalla gelatina

Con questo trucco, si ottengono proiettili quasi del tutto integri e il detective ricava facilmente il sostituto del proiettile C.
Gli restano il frammento D (ha l’imbarazzo della scelta) e i due proiettili schiacciati in punta e quello ammaccatto di lato.
La lamiera e il pentolame servono per questi ultimi tre proiettili. Bisogna posizionarli davanti alla gelatina e spararare, così il proiettile si deformerà impattando sulla superficie metallica, prima di forarla ed essere catturato dalla gelatina.

Due buchi di proiettili calibro .22 in una lamiera

Al detective occorrerà un po’ di tempo per avere i proiettili che gli servono. Dovrà provare e riprovare, prima di essere soddisfatto del risultato.
Qualcuno, probabilmente, avrà bisogno di un’aggiustatina.

Si notino le incisioni di A e l’accentuata sbavatura di E

Una volta ottenuti i proiettili sostitutivi, il detective si dedica alla parte più facile, i bossoli.
Il suo è un errore, ma è davvero difficile rendersene conto.
Si china e, fra le decine dei bossoli caduti sul terreno mentre sparava, ne raccoglie cinque.
Ora ha le prove che gli servono per collegare la sua pistola al delitto del 1968, quelle che gli investigatori troveranno nel fascicolo Mele.
Non gli resta che tornare in tribunale e sostituire le originali con le repliche ottenute con la sua pistola.

Bossoli espulsi da una Beretta 74. Si notino anche qui i segni visibili dell’espulsore a circa ore 9

Qual è stato l’errore del detective? Aver aspettato prima di raccogliere i bossoli dal terreno.
Per produrre i proiettili falsi, non ha utilizzato soltanto 10 cartucce come quelle sparate dall’assassino di Signa. Doveva essere certo di avere i migliori esemplari per la sostituzione, perciò è arrivato ad aprire una terza scatola da 50. L’assassino del 1968 ne aveva avuto bisogno di una soltanto, al massimo due, se stavano per finirel cartucce .
Quando il detective ha raccolto da terra i cinque bossoli che gli servivano per la sostituzione, ha mischiato i bossoli delle scatole da cui aveva preso le cartucce.
Non poteva prevedere che, 48 anni dopo, il blogger Segnini sarebbe andato a controllare la forma delle H sul fondello del bossolo, accorgendosi che avevano tutte una forma diversa, cioè che appartenevano a diverse scatole.
Perché mai l’assassino di Signa per riempire il suo caricatore da 10 colpi avrebbe usato cartucce di scatole diverse?
La soluzione dell’enigma è che i bossoli nel fascicolo Mele non sono stati sparati a Signa, ma raccolti senza distinzione dal terreno del poligono di tiro dove il depistatore, cioè il Mostro, ha sparato decine di colpi utilizzando più di una scatola.

Cartucce dello stesso tipo e marca del 1968 comprate nel 2020 (a destra) e raffigurate in un’inserzione pubblicitaria americana degli anni ’70 (sinistra)

Perché un depistaggio?
Perché un serial killer già celebre e ricercato in madre patria per omicidi di coppie appartate dovrebbe cercare di coprire le sue tracce prima di stabilirsi in un’altra nazione e continuare a uccidere?
Perché gli piace la fama ma non vuole essere scoperto.
L’investigatore è quel serial killer e il collegamento con Signa è la sua garanzia di impunità.
Lui nel 1968 non c’era.

Vietnam, 1968. Alla testa di un plotone di fanteria, il coraggioso investigatore ha salvato uno dei suoi uomini trascinandolo per 80 metri sotto il fuoco dei Vietcong, si legge nelle motivazioni della sua Silver Medal

Una volta effettuata la sostituzione, l’assassino ha a disposizione un’arma non registrata dalle autorità italiane e falsamente collegata a un omicidio per cui ha un alibi da esibire. Dall’estate del 1974, inoltre, la custodisce in un luogo che le autorità italiane non perquisiranno mai, casa sua, un cimitero di guerra americano.
L’unico pericolo che corre è che qualcuno faccia il collegamento troppo presto e si ricordino della sua visita in tribunale. Per questo motivo, usa la pistola una volta sola, il 14 settembre 1974, e si ferma per qualche anno. Ha smesso anche di uccidere? Probabilmente no.
Quando l’ex detective ricomincia a utilizzare la pistola nel 1981, tutti si sono dimenticati della sua visita in tribunale di sette anni prima. Al terzo agguato, nel 1982, però, il ragazzo riesce a spostare l’auto e lui rischia di farsi prendere.
Il PM Silvia Della Monica cerca di imbrogliarlo, facendo credere che il ragazzo abbia detto qualcosa ai soccorritori prima di morire.
Nell’ex detective monta la rabbia. “Non sanno niente di me, poveri allocchi“.
Prepara il bigliettino che spedirà ai carabinieri di Borgo Ognissanti per segnalare il falso collegamento: “Perché non andate a controllare il fascicolo su questo delitto del 1968?”
Ride fra sé.
“Come mi sono firmato nel 1974?”

“Un cittadino” e “un amico” potrebbero essere le ultime firme del serial killer Zodiac nel 1974

Note

[1] Department of the Army, Italy, facts you need to know, GPO, giugno 1974, p. 28.

[2] Naturalmente anche negli Stati Uniti. Vedasi questa inserzione pubblicitaria su The Vincennes Sun-Commercial, 18 marzo 1970, p. 15.


Mostro di Firenze. All’origine del rituale, i film “Maniac”, “L’Esorcista” e la mano di Zodiac

E’ il 30 gennaio 1974. Il San Francisco Chronicle riceve una lettera di Zodiac. Non si faceva sentire da tre anni. Sarà l’ultima di una ventina di messaggi inviati alla stampa californiana. Il serial killer rivendica 37 omicidi.
L’incipit del messaggio è questo:

“Ho visto ‘L’Esorcista’ e penso che sia la migliore commedia satirica che abbia mai guardato”

Video

Scena cult del film “L’Esorcista” (1973). Reagan, la bambina posseduta, levita e il prete l’asperge con l’acqua santa

Il film di William Friedkin è nelle sale già dal 26 dicembre 1973 e in quei giorni continua a riscutore un enorme successo di pubblico.
A un riferimento culturale, Zodiac ne aggiunge un altro:

“Firmato il sinceramente tuo:

Si immerse nell’onda
ondosa e un’eco emerse
dal sepolcro del suicida

Titwillo titwillo titwillo”

E’ un brano de “Il Mikado” di Gilbert e Sullivan, operetta che il killer enigmista aveva già citato in un messaggio del 1970. In questo punto, il “boia supremo” Koko, uno dei personaggi principali, sta cercando di sedurre dama Katisha, raccontandole di un suicidio per amore, un annegamento.
Che cosa vuole suggerire l’assassino, con questa insolita firma?
Sta forse annegando, come sosteneva nella lettera del 20 dicembre 1969 all’avvocato Melvin Belli?
Non dà l’impressione di essere con l’acqua alla gola.
Come, del resto aveva fatto sin dai primi messaggi nel luglio 1969, conclude la lettera minacciando di uccidere di nuovo, se non verrà pubblicata.

Quasi certamente Zodiac assiste a uno delle rappresentazioni del “Mikado” dei Lamplighters a San Francisco, fra il 1969 e il 1970. In questa immagine, il “boia supremo” KoKo, interpretato da Gilbert Russak – Petaluma Argus-Courier, 23 giugno 1970

Passano giorni, mesi. A più di un anno dall’ultimo contatto, la stampa torna a chiedersi: “Dove è, Zodiac?[1].
Forse è stato lui a inviare prima dell’estate del ’74 un altro paio di lettere firmandosi “un amico” e “un cittadino“. Qualcuno gliene attesta altre, ma non ci sono riscontri.
E’sparito.
All’epoca deve avere 35-45 anni, stando alle testimonianze[2]. Non è anziano.
Cosa gli è successo? E’ stato arrestato per altri delitti? E’ morto?
La teoria più popolare su Reddit è che non si sia mai fermato. Che sia diventato “qualcosa di diverso”. Che cosa?

Zodiac: 4 anni dopo. Cosa è accaduto all’assassino che tenne la città nel terrore? – San Francisco Examiner, 30 gennaio 1978

Lovers’ lane killers
Prima che la stampa si interroghi sulla scomparsa di Zodiac, nel settembre 1974, un misterioso assassino compare vicino a Firenze. Anche lui uccide giovani coppie appartate in luoghi pubblici.
Coincidenza o concatenazione?
All’epoca, nessuno si fa questa domanda. E’ molto probabile che gli investigatori italiani nemmeno sappiano dell’esistenza del serial killer americano. Al contrario, quasi certamente conoscono “Scorpio“, il primo antagonista di Clint Easwood nella saga dell’Ispettore Callaghan, apertamente ispirato a Zodiac. Il film risale al 1971 e già allora Zodiac era diventato un soggetto cinematografico.
In effetti, è solo al cinema che gli inquirenti si sarebbero aspettati di assistere a quella catena di omicidi iniziata nel 1974 che di lì a qualche anno “getterà nel terrore” Firenze.

“Non penso che [Zodiac] si sia fermato, penso che si sia evoluto in qualcosa di diverso”

Non è un caso che il Mostro di Firenze e Zodiac siano stati affiancati nella pagina della Wikipedia inglese dedicata alle “Lovers’ lane”.
Il “maniaco delle coppie”, che per la prima volta viene soprannominato “Mostro” dal Corriere della Sera, il 16 settembre 1974[3], appartiene a un genere che non si era mai visto nel panorama italiano, ma all’epoca relativamente diffuso nei paesi del Nord Europa e negli Stati Uniti, dove riceve l’appellativo di “Lovers’ lane killer“.
I “sentieri degli innamorati”, le “lovers’ lane”, sono prevalentemente quelle piazzole vicino alle strade dove le giovani coppie si appartano in cerca di intimità. In questi luoghi, Zodiac e il Mostro tendono i loro agguati.

Affinità
Le connessioni fra i due criminali vanno ben oltre l’anno della “staffetta”, il 1974, la preferenza per una certa categoria di vittime e i luoghi delle aggressioni.
Anche il modus operandi è simile.
Per uccidere, adoperano entrambi pistola e/o coltello. Generalmente agiscono in un contesto di provincia, intorno a una città e in un preciso periodo dell’anno, giugno-ottobre. Prediligono notti di novilunio di giorni festivi e prefestivi[4].
Le somiglianze si estendono al linguaggio e comprendono anche lo stesso tipo di errore ortografico concomitante con l’uso del trattino.

Wikipedia English – Zodiac e il Mostro sono “Lovers’ lane killers”. A sinistra, uno degli identikit del serial killer americano

Zodiac adotta molte cautele nei suoi crimini, sfoggiando varie competenze nelle sue lettere, soprattutto quando provocato dalla polizia. Per esempio, scrive che, quando uccide, si traveste e spalma colla vinilica extra-forte sui polpastrelli per evitare di lasciare impronte[5].
Le armi e gli scarponi militari utilizzati in alcuni suoi delitti[6] e la sua conoscenza della crittoanalisi[7] portano investigatori civili e dell’esercito, nonché la maggioranza degli appassionati del caso, a pensare che Zodiac abbia trascorsi militari.
Il modo di descrivere le scene del crimine[8], di prevedere le mosse degli investigatori[9], di approcciare le vittime in auto abbagliandole con una torcia come farebbe un agente della stradale[10], di sfuggire alla cattura nel parco della base del Presidio, nonostante i cani sguinzagliati[11], potrebbero indicare competenze investigative.
Anche il Mostro, sostengono gli esperti, sembra preparare con metodo e cura i propri delitti[12]. Per l’FBI il serial killer “italiano” ha trascorsi militari. Secondo l’avvocato Nino Filastò, ha attitudine e conoscenze che lo avvicinano agli ambienti polizieschi. Ipotizza che anche lui si avvicini alle auto delle vittime come un poliziotto, abbagliandole con una torcia.

“L’ASA e il CID del Presidio, San Francisco, sono dell’opinione che, probabilmente, il soggetto ignoto di questo caso [Zodiac] sia stato addestrato in crittoanalisi dai militari USA” – FBI, 1970

Errori ortografici a parte, sia il Mostro sia Zodiac, sono “primi della classe”, non balordi. Li accomuna, perciò, anche una contraddizione. Perché nonostante la loro prudenza, entrambi, dopo gli omicidi, corrono rischi non necessari?
Cosa spinge Zodiac a inviare messaggi alla stampa, talvolta allegando prove dei suoi delitti[13]? Quale motivo costringe il Mostro ad attardarsi sulla scena dei crimini per deturpare il corpo delle vittime femminili[14]?
Dall’unica lettera inviata dal Mostro e dal suo cosiddetto “rituale” – lo scempio del corpo delle vittime femminili che Zodiac aveva soltanto annunciato in una lettera e, apparentemente, mai portato a termine[15] – emerge il legame più determinante fra i due assassini. La firma.

La maggioranza degli appassionati del caso Zodiac che ha partecipato a questo sondaggio su Reddit ritiene che il serial killer fosse un militare

Il rituale, o meglio, i rituali post-mortem del serial killer di Firenze (nel 1974 è diverso dai successivi) rappresentano uno di quei misteriosi elementi che, dopo la pubblicazione dei primi articoli della mia inchiesta sul Mostro-Zodiac nel 2018, due rinomati criminologi italiani, Roberta Bruzzone e Ruben De Luca, hanno strumentalizzato, rispettivamente sul settimanale Di più e sul sito web cronaca-nera.it, per sostenere che i due assassini non c’entrassero nulla l’uno con l’altro, non sapendo, per esempio, che, secondo gli investigatori americani, anche Zodiac soffriva di “aberrazioni sessuali” (immagine in basso)[16].
Un’altra celebre criminologa, Ursula Franco, aveva sostenuto in un’intervista a lecronachelucane.it che il Mostro non era Zodiac perché, se lo fosse stato, avrebbe inviato messaggi alla stampa firmandosi come tale.

“Autorità cercano un ‘folle'”…”la polizia qui [Napa] e a Vallejo pensa che l’uomo [Zodiac] soffra di aberrazioni sessuali.” – The Napa Register, 29 settembre 1969, p. 2A

In realtà, anche il Mostro spedì una lettera di rivendicazione, nel 1985. Un’azione rischiosa che doveva avere una certa valenza per lui, trattandosi del suo ultimo atto pubblico.
Si trattava di una busta destinata al sostituto procuratore Silvia Della Monica. L’indirizzo era composto di ritagli di un settimanale che è stato identificato l’anno scorso. All’interno, 2 centimetri quadrati di tessuto sottocutaneo dell’ultima vittima in una busta di cellophane sigillata con colla extraforte e riposta con cura in un cartoncino ripiegato. Una comunicazione insolitamente efficace per qualcuno che, secondo la vulgata, non aveva mai inviato un messaggio al suo pubblico.
La recente scoperta della rivista utilizzata dal Mostro per la composizione della busta dimostra che anche in quella comunicazione, il serial killer aveva inserito la sua firma. La stessa è già presente nella sua prima scena del crimine in Italia.
Per chi volesse approfondire, ne parlo qui.

La pista Zodiac-Mostro è “assolutamente inesistente” – Roberta Bruzzone, Di Più, 9 luglio 2018

Nascita di un’identità pubblica
Domenica mattina, 15 settembre 1974, Italia. Mancano sei giorni all’anteprima nazionale de “L’Esorcista”. Nelle campagne del Mugello, vicino a Firenze, vengono rinvenuti i corpi esanimi di una coppia di ragazzi, Pasquale Gentilcore, 19 anni, e Stefania Pettini, 18. Sono stati uccisi nella notte a colpi di arma da fuoco, una calibro .22, e con un coltello, mentre si trovavano con l’auto in sosta presso le Fontanine di Rabatta, zona di campagna limitrofa a Borgo San Lorenzo[17].
Il cadavere di lei è disteso sull’erba dietro l’auto con braccia e gambe divaricate e un tralcio di vite inserito nella vagina. Il corpo è nudo, i vestiti piegati e riposti a qualche metro di distanza. Non c’è stata violenza sessuale[18].
L’assassino ha prodotto 96 lacerazioni sulla pelle della ragazza, la maggior parte superficiali[19].

“Cosa sta facendo Zodiac ora?”, “Dov’è Zodiac?” – The Napa Register, 11 dicembre 1975
Corriere della Sera, 16 settembre 1974

Il primo lunedì dopo gli omicidi la stampa non conosce l’arma del delitto, ma evidenzia già le caratteristiche salienti dell’assassino che si manterranno praticamente inalterate negli anni successivi, influenzando sensibilmente possibili testimoni e investigatori.
Per la prima volta, compare il termine che sarà accostato dai media nei primi anni ’80, “mostro”.
Che coincida o no con quella reale dell’assassino, a sole 48 ore dagli omicidi è già nata l’identità pubblica del Mostro, identificato in un “maniaco“, “forse un guardone“[20].

Corriere della Sera, 16 settembre 1974

Discrepanze
Il delitto di Borgo San Lorenzo non è lo stesso tipo di omicidio avvenuto a Signa il 21 agosto 1968, per il quale il marito di una delle vittime, reo confesso, Stefano Mele, nel 1974 sta scontando la pena in carcere[21].
I due casi rimarranno scollegati fino a un “fortuito” rinvenimento di prove nella cancelleria del Tribunale di Firenze nel 1982. Nel frattempo nessuno dei funzionari che ha partecipato alle attività investigative su entrambi i fatti, compreso l’esperto balistico, il colonnello Innocenzo Zuntini, pensa a connetterli[22].
La differenza macroscopica è che il movente del 1968 è diverso, come viene sintetizzato nella relazione “criminologica” dell’equipe dell’Università di Modena incaricata dalla Procura di Firenze[23]. Gli studiosi osservano infatti che il delitto di Signa:

“…appare talmente privo di connotazioni abnormi da indurre a formulare l’ipotesi di un omicidio passionale (ipotesi dei resto subito avanzata dagli inquirenti, ed ampiamente suffragata dalle notizie inerenti alle abitudini e condizioni di vita, ai rapporti esistenziali, all’ambiente di appartenenza delle due
vittime)”

“Chi ha commesso questo delitto, dunque, anche nell’ipotesi che sia l’autore dei successivi delitti, non sembra sia stato mosso da motivazioni sadico-sessuali, bensì da motivazioni comuni; motivazioni cioè che portano a desiderare la eliminazione fisica delle vittime, secondo una modalità ed una dinamica psicologica del tutto svincolata da elementi sessuali abnormi e, ancor più, da impulsi sadistici.”

I delitti del Mostro, dal 1974 in poi, non hanno un movente passionale, ma appartengono alla categoria dei crimini “maniacali”[24], all’apparenza senza movente, come quelli commessi da Zodiac. Entrambi gli assassini sembrano essere governati da un impulso sadico-sessuale (vedasi l’aggressione al Lake Berryessa)[25].

Si noti che le citazioni di Zodiac del Mikado provengono da un boia e che in queste vesti si presenti l’assassino alle vittime del Lake Berryessa. La maschera da boia è forse la più ricorrente nel “mondo” sado-maso. Ne fa un accenno anche la relazione criminologica sul caso Mostro dei periti De Fazio, Galliani, Luberto

Ci sono differenze anche fra i delitti sadico-sessuali però. A cambiare è il rituale post-mortem sulle vittime femminili.
Il serial killer tornerà infatti a colpire dal 1981 al 1985 e, quando gli sarà possibile, mutilerà il pube delle ragazze aggredite, asportandone cute e peluria “senza gli organi genitali“. Su questo particolare strano si sofferma più volte l’equipe guidata da De Fazio che evidenzia anche “l‘accuratezza della tecnica di escissione“. Dal 1984, il Mostro asporterà anche la mammella sinistra[26].
La domanda che si fanno gli studiosi è perché, nel 1974, invece di praticare le mutilazioni, l’assassino ha colpito decine di volte la vittima, mettendo un ramo nella sua vagina, atto che non ripeterà più?

La spiegazione ufficiale
L’analisi criminologica ufficiale degli esperti dell’Università di Modena colloca le ferite di Stefania Pettini e il ramo nella vagina in una dinamica evolutiva di un “rituale sadistico” che progredisce culminando nelle escissioni di pube e mammella delle vittime femminili[27].

“Tale evoluzione non implica modificazioni ma aggiunte, come una sorta di graduale perfezionamento (deviazione delle fantasie)”

In realtà, l’assassino non nessun’altra ragazza sferra tante coltellate quante ne riceve la vittima del 1974. C’è quindi una diminuzione e non un’aggiunta dei colpi inferti. Ma per gli esperti, questo non rappresenta un problema.
Secondo loro, il Mostro, nel 1968, si sarebbe limitato a uccidere una coppia di amanti (per motivi comuni, forse gelosia) o ad assistere agli omicidi; nel 1974, aggiunge agli omicidi le coltellate sul cadavere di una teenager, inserendole un ramo nella vagina, per poi “progredire”, sette anni più tardi, con le mutilazioni del pube delle vittime femminili.
Fra tutte queste azioni interrotte da pause talvolta di molti anni ci sarebbe stata una complessa attività introspettiva da parte del serial killer che avrebbe via via accetta la propria indole[28]. In particolare, gli esperti dell’Università di Modena sostengono che nella pausa fra il 1974 e il 1981 potrebbe esserci spazio per…

“…un tentativo di soddisfare i propri desideri sadici con azioni sostitutive surrettizie, quindi una progressiva accettazione ego-sintonica del proprio sadismo omicida ed un “perfezionamento” nella elaborazione dell’azione delittuosa.”

E’ una teoria che non scontenta gli inquirenti, in un’epoca in cui pochi dubitano che il Mostro sia l’autore del delitto del 1968. Quel crimine, ad oggi non attribuito al serial killer dalla giustizia italiana[29], si può infatti collocare nel contesto evoluzionistico come una sorta di “preludio”.

Mappa dei crimini del Mostro aggiornata al giugno del 1982. All’epoca, il delitto del 1968 non era stato ancora collegato agli omicidi seriali – La Nazione, 21 giugno 1982

Problemi
Mentre l’analisi generale di De Fazio, Galliani e Luberto sui delitti contiene molte osservazioni utili, non appare altrettanto convincente la loro teoria per spiegare le differenze dei rituali post mortem dell’assassino.
“Cambiamento” non è sinonimo di “evoluzione”. Appare una forzatura il definire azioni disomogenee un tentativo di “perfezionamento” del medesimo rituale sadistico.
Perché l’escissione di una mammella e del pube negli anni ’80 rappresenterebbero un progresso delle 96 coltellate e del ramo nella vagina del 1974? Non c’è “aggiunta” ma “sottrazione” (meno coltellate). Rivolgere l’attenzione dai genitali alla parte pilifera del pube, poi, non sembra delineare un’evoluzione, ma un’involuzione.
A prescindere dall’attività introspettiva del maniaco nelle pause tra un delitto e l’altro, perché mai il ridestarsi inspiegato della pulsione omicidiale negli anni ’80, dopo sette anni di “tranquillità”, avrebbe portato l’assassino a non replicare le coltellate e la violazione della vagina degli omicidi precedenti? Non viene spiegato.
I professori dell’Università di Modena mentre redigono la relazione non sanno che il Mostro terminerà i suoi rituali nel 1985. La teoria “psico-evolutiva” del rituale va quindi incontro a un nuovo dilemma: perché il Mostro si ferma?
Ultimo problema è che i rituali vengano ricondotti a meri fenomeni psichiatrici che finiscono per scollegare il Mostro dall’ambiente circostante. Non si fa alcun riferimento a possibili fattori di tipo culturale che potrebbero averne influenzato l’agire e che forse saranno determinanti per confermarne l’individuazione.

L’osservazione dell’antropologo Tullio Seppilli all’indomani del primo delitto del Mostro negli anni ’80 – La Nazione, 9 giugno 1981

Feticci
C’è un’osservazione importante di De Fazio-Galliani-Luberto che viene ripresa anche dagli investigatori, come l’investigatore della polizia a capo della Squadra Antimostro fra il 1985 e il 1994, Ruggero Perugini[30]. Il Mostro non si sfoga sugli organi genitali o interni delle sue vittime, come farebbe un comune “lustmurder”, un assassino per libidine. La sua attenzione, invece, è tutta sul ritagliare con la massima cura cute e pelo pubici per asportarli. Perché?
Gli esperti rispondono che il pube è più facilmente conservabile dei tessuti molli degli apparati genitali. L’assassino rivolge la sua attenzione a questa zona anatomica perché intende farne un feticcio, probabilmente tramite tecniche di concia.
Questa ipotesi sembra corretta, ma non riesce ancora a spiegare perché il serial killer, guidato da un forte impulso sadico-sessuale, abbia ignorato i genitali, anche se doveva esserne istintivamente attirato.
Le motivazioni di questa pratica potrebbero essere molteplici, da sessuali (ma perché non sfogarsi anche sulla vagina?) a occultistiche.
Senza pretendere di sostituire la teoria “psico-evolutiva” con un’altra, un blogger che si chiamava De Gothia, morto alcuni anni fa, ha pensato che bisognasse integrare la spiegazione ufficiale sulle escissioni del Mostro con l’influenza di un elemento culturale. La domanda che si è fatto, è stata: da dove al Mostro è venuta l’idea di impossessarsi della cute e del pelo pubico delle vittime femminili? Che cosa lo ha ispirato?

“Perché la violenza?”. Un servizio del 1981 dedicato al boom di prodotti culturali ricchi di violenza è anche l’occasione per parlare di uno dei nuovi film horror più controversi, “Maniac” – Daily News, 25 gennaio 1981

“Maniac”
Senza i limiti di tempo che avevano i periti e facilitato dalla prospettiva di chi lo fa a distanza di anni, De Gothia ha il merito di contestualizzare il Mostro nell’epoca e nel luogo in cui vive. Il titolo del suo studio, “Maniac, il sentiero non battuto”, è la risposta alla domanda sulla fonte d’ispirazione del serial killer.
Qui riporto una sintesi dello studio di De Gothia, ben spiegato da Antonio Segnini nel suo blog “quattrocosesulmostro“.
Gli anni ’70-’80 coincidono con l’età dell’oro del genere horror. De Gothia (prima di lui, anche l’avvocato Nino Filastò) osserva che a Firenze, nel periodo estivo del 1981, erano in proiezione numerossisimi film a tema violento e sessuale. De Gothia fa un elenco più che esaustivo dei titoli del 1981. Tra di essi c’è anche “Maniac”, protagonista l’italo-americano Joe Spinell.
La storia racconta di un serial killer, Frank Zito, che prende di mira le donne sole e in coppia. Il nucleo drammatico è costituito dal rapporto di Zito con la madre defunta. Una donna possessiva che il mostro di New York cerca di sostituire con alcuni manichini.
La peculiarità, la firma di questo serial killer, al centro della sono le pratiche post-mortem. Recide lo scalpo delle vittime femminili e se ne appropria come souvenir, come è evidente anche dalle locandine del film.

Joe Spinell, aka Frank Zito, con il coltello e lo scalpo di una delle sue vittime nella locandina di “Maniac”. A destra, la pubblicità apparsa a cinque giorni dall’anteprima statunitense sul Daily News del 25 gennaio 1981

Il primo a segnalare pubblicamente somiglianze fra “Maniac” e il Mostro è il recensore del film su La Nazione[31], che il 30 agosto 1981 scrive:

Fra alcune scene (un ragazzo e una ragazza in macchina di notte, assaliti e ammazzati con con terribile violenza; la macabra cerimonia dello scotennamento) e i particolari del delitto di Scandicci qualcuno vide delle analogie.

“Maniac” esce nelle sale cinematografiche statunitensi nel gennaio 1981. La scene violente nel film, soprattutto la pratica del “fare lo scalpo“, oltre alle recensioni negative, generano una controversia sui media americani. Il film inciterebbe all’odio contro le donne. Per questo motivo, il Los Angeles Times si rifiuta di fargli qualsiasi pubblicità[32].
In Italia, la pellicola viene proiettata a febbraio in alcune sale di Roma e Palermo[33].
Qualche mese dopo, a giugno, il Mostro di Firenze torna in attività, dopo sette anni di apparente pausa. Il rituale post-mortem, come si è visto, è diverso da quello del 1974. Questa volta, il serial killer si disinteressa della vagina. Invece, usando un coltello molto affilato, recide meticolosamente la cute del pube e lo asporta[34].
Quello che il Mostro fa, seppure su un’altra parte anatomica delle sue vittime, è replicare, reinterpretare le azioni post-mortem del protagonista di “Maniac”.
Il Mostro, secondo De Gothia, si appropria del rituale del personaggio di Joe Spinell.

“Un ‘Maniaco” che vuole bene a sua madre – ‘Volevo fare una storia d’amore’, dice lo sceneggiatore-produttore-protagonista Joe Spinel. ‘Ma con questa faccia, nessuno mi avrebbe dato i soldi'” – Daily News, 25 gennaio 1981

Sul suo blog, Segnini riportando un’informazione tratta dal libro di De Gothia, segnala che la distribuzione di “Maniac” in Italia si arresta pochi giorni dopo l’anteprima nazionale a Roma e Palermo, nel febbraio 1981.
Il film viene proiettato a Firenze solo a partire dall’agosto 1981, cioè dopo il primo delitto del Mostro. Dove può averlo visto l’assassino?
De Gothia e Segnini propendono per la tesi che il Mostro non abbia visto tutto il film, ma si sia lasciato influenzare dalle pubblicità.
“Maniac” sembra essere una buona pista. Però manca una spiegazione solida sul perché il Mostro, nel 1981, decida di inscenare un rituale copiato da quel film, riadattandolo. C’è una ragione specifica? Quale può essere?

L’Esorcista
Prima di dare una risposta, bisogna constatare che esiste un altro serial killer appassionato del genere horror che ha il vizio di appropriarsi di opere altrui (vedasi la “little list” del boia KoKo riadattata nella sua lettera del 26 luglio 1970).
Chi sarà mai? Zodiac[35].
Come si è visto, nell’ultimo messaggio del 29 gennaio 1974, il serial killer americano cita “L’Esorcista”, definendolo “la migliore commedia satirica che abbia mai guardato“.

Zodiac cita “L’Esorcista” nella lettera del 29 gennaio 1974

“L’Esorcista” agli inizi del 1974 è uscito da poche settimane nelle sale cinematografiche statunitensi ottenendo un immediato e vasto successo che si propagherà in tutto il mondo[35].
Parlando della bambina posseduta, Ettore Botti scrive su La Nazione[36]:

Chi non ha ancora visto il film e legge questa recensione del 10 febbraio 1974 viene così a scoprire che l’indemoniata “si serve di un crocifisso per compiere gesti di autoerotismo“, un dettaglio che fa pensare al ramo nella vagina di Stefania Pettini.
Non ci sarà forse una connessione tra il rituale del 1974 del Mostro e “L’Esorcista?
Basta guardare il film.
Quando ci si imbatterà in questa sequenza, sarà palese all’osservatore che, nel crimine di Borgo San Lorenzo, il Mostro ha copiato e riadattato una scena cult del film citato da Zodiac qualche mese prima.

Scena della levitazione e scena del crimine del 1974 a confronto

Il corpo di Stefania è stato posizionato come quello di Regan, la bambina posseduta, durante la levitazione – uno dei momenti topici del film – cioè quando sdraiata sul letto e supina si solleva in aria con le braccia spalancate, mentre l’esorcista e il collega più giovane comandano al diavolo di liberarla, gridando:

The power of Christ compels you!

“Il potere di Cristo te lo comanda!”.

L’acqua santa che l’esorcista asperge sul corpo della bambina provoca immediate lacerazioni sulla sua pelle, simili ai tagli che ha fatto il serial killer sul corpo di Stefania (vedere qui al minuto 1.20).
Questa ipotesi spiega:

  1. perché il Mostro taglia decine di volte il corpo della vittima;
  2. perché lo sistema in posizione supina con gli arti divaricati;
  3. perché mette un ramo nella vagina.

Si scopre così il motivo dei gesti compiuti dal Mostro sul corpo di Stefania e viene finalmente individuato un legame concreto tra i rituali apparentemente sconnessi del 1974 e degli anni ’80.
Al netto delle speculazioni sulla sua psiche e sui presunti rapporti con le sue vittime, il serial killer nei suoi rituali ha copiato due film horror, uno dei quali citato pochi mesi prima degli omicidi da Zodiac. Questo è il dato di fatto che dovrebbe cambiare la prospettiva con cui si guarda al caso Mostro.
Rimane una domanda: perché il serial killer ha scelto di rappresentare la scena della levitazione?

Ferita provocata dall’acqua santa sul corpo di Reagan nella scena della levitazione – L’Esorcista, 1973

Water, water everywhere
“Acqua, acqua dappertutto” recita la “Ballata del vecchio marinaio” di Samuel Coleridge. Nell’ultima lettera, si è visto, Zodiac si firma con un brano su un annegamento. Perché? E qual è l’elemento che lo accomuna con la scena della levitazione di Regan?
L’acqua.
Zodiac si serve per l’ultima volta del ricorrente tema “acquatico” (vedi teoria dell’acqua) nella stessa lettera in cui cita “L’Esorcista”. Così il Mostro, alla sua prima apparizione qualche mese dopo, dallo stesso film citato da Zodiac copia e riadatta una scena in cui l’acqua svolge un ruolo fondamentale, quello di ferire l’indemoniata.
L’acqua tornerà anche nell’atto finale del Mostro, la lettera a Silvia Della Monica. Dalle pagine di una rivista, l’assassino ritaglierà le lettere con cui comporrà il suo unico messaggio “scritto”, prelevando dalla parola “acque”, la E, ultima lettera sulla busta inviata a Silvia Della Monica[37].

Pagina 11 e 15 del Corriere della Sera del 17 settembre 1974. Gli omicidi del Mostro precedono di qualche giorno l’anteprima nazionale de “L’Esorcista”

A comprovare che il cosiddetto “Mostro del Mugello” sia davvero Zodiac giunto a Firenze da poco, oltre alla citazione de “L’Esorcista” e alla centralità dell’acqua nei loro riferimenti, si aggiunge un terzo fatto che ha una pesante ripercussione investigativa: il delitto avviene prima, non durante o dopo l’inizio delle proiezioni de “L’Esorcista” in Italia. L’anteprima nazionale del film risale infatti a sei giorni dopo il delitto[38]. Come e dove può averlo già visto il mostro “fiorentino”?

La firma
Non è vero che il Mostro non comunica, osservava il capo della SAM, Perugini, di ritorno da una specializzazione a Quantico[39]. Lo fa ogni volta che uccide con la stessa pistola.
Accostando il Mostro a Zodiac, l’investigatore della polizia constatava che i due serial killer sono “comunicativi” in due modi distinti. Non sapeva quanto fosse arrivato vicino alla verità.
Il Mostro sostituisce con i suoi rituali i mezzi comunicativi che Zodiac utilizzava per le rivendicazioni. Trasforma le parole in un linguaggio visivo e universale fatto di riferimenti cinematografici che non hanno bisogno di traduzioni.

Messaggio cifrato di Zodiac del 20 aprile 1970 risolto

Zodiac non è nato in Italia. Si è trasferito in Italia. Il suo cambiamento è dettato probabilmente dall’inadeguatezza linguistica e dal bisogno di rivendicare i propri crimini evitando al contempo di farsi individuare. L’esito di questa scelta dettata dalla necessità porta alla nascita di un nuovo personaggio mediatico apparentemente più silenzioso e, dunque, legato maggiormente alle interpretazioni del pubblico.
Sono il paese in cui si trova, la lingua, la cultura e il modo in cui è visto a essere diversi. Non lui. L’identità che si cela nei messaggi visivi del Mostro, infatti, è identica a quella velata dagli enigmi di Zodiac. La possiamo trovare nell’acqua santa che lacera la pelle dell’indemoniata ne “L’Esorcista”; nella figura dell’italoamericano Joe Spinell che in “Maniac” scalpa le sue vittime; nell’annegamento del “Mikado”citato nell’ultima lettera di Zodiac e nel suo codice di 13 simboli.
Il Mostro, Zodiac, è il testimone del processo Pacciani, il custode di cimiteri di guerra ed ex investigatore della Criminal Investigation Division dell’esercito degli Stati Uniti, l’italo-americano Joe Bevilacqua.


Note

[1] UPI, “What is Zodiac doing now?”, The Napa Register, 11 dicembre 1975.

[2] Nel 1969, ha 26-30 anni secondo Michael Mageau (report VPD); 20-30 anni per Brian Hartnell (report NCSD); attorno ai 40 anni per le testimoni minorenni di San Francisco (identikit SFPD).

[3] Ettore Botti, “La ragazza fugge ma il mostro la raggiunge. Uccisa e straziata con 90 colpi”, Corriere della Sera, Informazione e Attualità.

[4] Deparment Of Justice – California, “Zodiac homicides”, 1971. Per il Mostro, leggasi Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[5] Zodiac, lettera al San Francisco Chronicle, 9 novembre 1969, pp. 1-2.

[6] Deparment Of Justice – California, “Zodiac homicides”, 1971.

[7] FBI San Francisco, airtel, file 9-49911, 22 gennaio 1970.

[8] Zodiac, lettere al Vallejo Times Herald, al San Francisco Examiner, al San Francisco Chronicle, 31 luglio 1969.

[9] Zodiac, lettera al San Francisco Chronicle, 9 novembre 1969, p. 4.

[10] Vallejo Police Department, testimonianza di Michael Mageau, 6 luglio 1969.

[11] Zodiac, lettera al San Francisco Chronicle, 9 novembre 1969, pp. 2-3

[12] Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[13] Deparment Of Justice – California, “Zodiac homicides”, 1971.

[14] Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[15] Lettera al Press Enterprise, Riverside, 29 novembre 1966.

[16] Pierce L. Carson, “Couple attacked by hooded man”, The Napa Register, 29 settembre 1969, pp. 1 e 2A.

[17] Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[18] Ivi.

[19] Ivi.

[20] Ettore Botti, “La ragazza fugge ma il mostro la raggiunge. Uccisa e straziata con 90 colpi”, Corriere della Sera, Informazione e Attualità.

[21] Mario Rotella, sentenza di prosciogliemento, 13 dicembre 1989, p. 10.

[22] Il colonnello Innocenzo Zuntini ha firmato le perizie balistiche del 1968 e del 1974. In entrambi i casi, le indagini sono state dirette dal colonnello Olinto Dell’Amico, futuro comandante del Nucleo Operativo dei carabinieri di Firenze e uno dei principali investigatori del caso Mostro.

[23] Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[24] Mario Rotella, sentenza di prosciogliemento, 13 dicembre 1989, p. 8.

[25] Deparment Of Justice – California, “Zodiac homicides”, 1971.

[26] Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[27] Ivi.

[28] Ivi.

[29] Ivi.

[30] Ruggero Perugini, Un uomo abbastanza normale, la caccia al mostro di Firenze, Mondandori, 1994.

[31] “Così brutto e cattivo”, La Nazione, 30 ago 1981, p. 12.

[32] https://www.youtube.com/watch?v=bIKM8WQKMd8.

[33] “Terrore coi manichini”, Corriere della Sera, 25 febbraio 1981, p. 23; De Gothia, Maniac, il sentiero non battuto, 1994.

[34] Francesco De Fazio, Davide Galliani, Salvatore Luberto, Indagine peritale sugli omicidi del Mostro di Firenze, 1984.

[35] Alberto Pasolini Zanelli, “‘Satana sta terrorizzando milioni di spettatori USA”, La Nazione, 10 febbraio 1974, p. 3.

[36] Claudio Gorlier, “Il diavolo come distrazione”, Corriere della Sera, 17 settembre 1974, p. 15.

[37] Francesco Amicone, “Scoperto il magazine usato dal Mostro di Firenze”, tempi.it, 10 maggio 2020.

[38] “Venerdì la «prima» a Milano e Roma”, Corriere della Sera, 17 settembre 1974, p. 15.

[39] Ruggero Perugini, Un uomo abbastanza normale, la caccia al mostro di Firenze, Mondandori, 1994.